Una connessione aspra e sofferta, che non si può eludere, che si deve capire e accettare, stringe fra
loro, in queste opere di Pellegrino, due momenti sempre separati, sempre giudicati remoti e disgiunti.
Qui è come se Strapaese abbracciasse Stracittà, è come se le fogne urbane di Otto Dix chiamassero
a sé le delizie umbratili di un pittore di Barbizon. Ma questa coraggiosa e voluta e riuscita
consonanza non ha nulla di casuale, scaturisce da un progetto, risente di uno sguardo filosofico che
in Pellegrino è costantemente inevitabile. L’artista cammina e raccoglie, passeggia e scruta, si lascia
catturare da una sorprendente trouvaille, è nel paesaggio, è tentato da crepuscoli e da meriggi, vede
la genialità dell’ occasione, vorrebbe tenerlo così quello scheletro di legno tanto insidiosamente contorto.
E’ Vincent sulla strada di Tarascona (quello ripreso da Bacon…), sa che il sole è nero, non
s’illude, ode il fischio spaventoso che atterrisce la Malinconia di Durer, va avanti, cammina ancora:
ma un messaggio gli viene da un piccolo tronco che ha stretto a sé un sasso dotato di un’anima dannata.
E allora raccoglie, accosta, colleziona. Questa natura sospetta gli invia i suoi agenti segreti, lui
li riceve, ne scruta l’anima, li porta via con sé. Ma, tornato in studio, non si lascia dominare dal condizionamento
più che evidente. Prende i pennelli, spreme i tubetti, usa l’olio, pulisce con l’acquaragia:
l’occulto messaggero deve venire a patti con una tecnica pittorica elaborata, intensa, dove
ogni lieve carezza coloristica è meditata e ribadita. La natura perde l’idillio che, del resto, di suo non
ha mai posseduto. E’ il trionfo della mestica pittorica, l’incubo del demone meridiano perde la propria
incantata protervia, cede alle urgenze di un artista che ridisegna, ricompone, ridefinisce. Ma lo
strazio non si perde. Dalle braccia di legno mortifere si va fino alle strade, alle lagune, ai mari notturni.
Ci sono ore che non sanno di orologi, sembra che il professor Giacomo Boni scopra adesso il
Lapis niger e ne resti folgorato, sembra che Ensor ascolti Cristo mentre predica a Bruges, sembra
che l’eremita Iperione scorga il silenzio astioso e beffardo di un larario domestico dove Stephen King
ha collocato, uno per uno, i suoi demoni di famiglia. Perché ci sono legni casalinghi, utilizzati da capomastri
deceduti da mezzo millennio: Pellegrino supera la barriera derelitta del Museo Contadino e
dipinge su antichi taglieri che gli tendono tranelli. Volti che nascono da tagli, mani che si formano su
bitorzoli, superfici terrificanti come le pustole di Mattia il pittore: è un’indecente riverniciatura da seconde
case e fine settimane coatti che qui si screpola e si dilegua. Su un’asse tagliata così da secoli
appare una strada notturna di oggi, su un brandello di porta che chiudeva un’alcova da nobile silvestre
appaiono le tracce di una caligine da traffico intenso. Tornato alle radici del Mito il pittore ne
scandisce la genesi lancinante: qui c’era un Pan da pomeriggio proustiano, ma occorre tornare indietro,
scavare ancora, chiedere aiuto ad altri sciamani. E loro propongono di aggiungere ancora una
lamella di carminio, di rendere più cospicuo ancora il corredo pittorico. Che la sofferenza sia privata
di alibi, che il fuoco dei contrasti arda senza il conforto dei caminetti, che le storie notturne vivano
del cupo nereggiare del Perturbante.
Antonio Faeti